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CAMPAGNA NERA - Siamo andati a vedere come i nostri produttori gestiscono il lavoro dipendente
Sono attorno a noi. Fanno parte del nostro paesaggio, della nostra storia. Le campagne di Rimini, fonte di sussistenza primaria fino al Dopoguerra, abbandonate per il boom del turismo di massa. Più denaro, più in fretta. Da allora l'entroterra, l'immediata periferia, ha cercato di riqualificarsi, di darsi un'immagine di tipicità. Con molta fatica. Uno sforzo tale che oggi, a chi da quindici o vent'anni si impegna nel rispetto della natura, sembra inutile per le condizioni stagnanti con cui si è costretti a lavorare. L'agricoltura nel riminese, priva di ogni riflesso programmatico nazionale, oggi ha due volti: quello convenzionale che oltre a pauperizzare la terra ha ingrossato le fila dell'immigrazione clandestina e lo sfruttamento del lavoro nero. E quello dei pochi sostenitori del metodo bio, isolati e costretti ad una vera e propria resistenza contro i colossi del mercato. "Noi siamo una decina - racconta Marco Delvecchio - i membri della famiglia più dei lavoratori di origine albanese, con noi ormai da più di quindici anni". Fin qui niente di strano, si sapeva che in campagna lavorano extracomunitari di varie etnie. Il problema viene quando si tratta di regolarizzare, di picchi stagionali e di alloggi. "C'è stato uno di qui che tempo fa è finito sui giornali perché teneva 70-80 stranieri in nero nelle stalle e nei capannoni e che quando arrivava verso fine estate, telefonava alla polizia e faceva sgombrare, così non doveva nemmeno pagarli tutti" ricorda Pietro Bastoni. Storie di degrado sono frequenti, non lontane dagli episodi di Rosarno. Nel riminese un bracciante agricolo in nero guadagna in media 5 euro all'ora. A complicare il quadro interviene anche un fattore burocratico, "le quote degli extracomunitari prima di giugno non escono - spiega Marco Delvecchio - perciò ci troviamo sempre con l'acqua alla gola se vogliamo mettere in regola con i contratti stagionali". Ma i sindacati che ruolo hanno in tutto questo? "Quelli sono buoni ad amministrare, io per protesta mi sono cancellato da tutti. Quando è nato il gas è stata manna dal cielo, non solo per il rapporto umano ma perché dopo tanto tempo abbiamo intravisto uno spiraglio di cambiamento". Molto diversa è la situazione di Stefano Bartoletti. La sua azienda è composta da lui stesso che si occupa delle consegne, della preparazione degli ordini e del lavoro sulle macchine agricole. Funziona senza extracomunitari perché è un'azienda famigliare, ne fanno parte infatti sia la moglie che il padre, tutti in regola, mentre il cognato è l'unico dipendente, a tempo indeterminato. Stesso sistema a casa di Pietro Bastoni, che si avvale delle due sorelle, dell'operosità della moglie e dell'aiuto saltuario del figlio, studente in agraria. "Ma così si fa ugualmente molta fatica ad andare avanti". |
